Albert Einstein diceva: “Guarda nel profondo della natura e riuscirai a vedere tutto più chiaramente”.
Lo scorso Febbraio sono stata in Islanda: un viaggio troppo corto che mi ha completamente rivoluzionato la vita. E mai mi fu più chiara questa affermazione.
L’Islanda è forza della Natura allo stato puro. È l’incredibile potenza della Madre Terra, che ti respira forte tutta intorno, ti meraviglia e al contempo ti ricorda che non sei il centro di nessun Universo.
Questa presenza di una Natura ancora così incontrastata, che tutto pervade, mi ha permesso di essere completamente a contatto con essa: riuscivo a osservarla nel profondo. Riuscivo a toccarla a un livello molto più intrinseco.
E, nel farlo, mi sono accorta che riuscivo a sentire più intimamente anche me stessa. È stato un dono e una benedizione. Una grande opportunità di sentirmi più vicina a chi e cosa sono.
E tutti abbiamo bisogno di questo tipo di vicinanza molto più di quello che pensiamo. Di osservarci e conoscerci. Di sentirci, certo, ma soprattutto ascoltarci – e quindi capire con più chiarezza chi siamo. Ricordarci che siamo Natura e che l’unico modo per stare davvero bene è vivere secondo questa consapevolezza – lasciando che ci rivoluzioni priorità, stile di vita, bisogni, valori. Ritrovando, alla fin fine, quel benessere radicato a cui tutti abbiamo diritto per nascita.

Continuo a pensare che l’amnesia generazionale* sia davvero uno dei problemi più gravi della nostra società, da cui deriva quasi tutto il resto. Anzi no, senza quasi. Perché più ci scordiamo che siamo natura e più causiamo distruzione, morte, sfruttamento e povertà.
Perdere la bussola, scordarsi da dove veniamo, scordarsi come tornare a casa: nessuno può stare bene quando le radici sono state mozzate. Come fiori recisi, siamo destinati ad appassire, lottando contro gli altri fiori recisi per apparire più belli e più vivi. Ma è comunque tutta un’illusione.
La Natura allo stato quasi primordiale dell’Islanda mi ha aiutata a consolidare ancora di più queste considerazioni, a farne esperienza in prima persona e ad accorciare un po’ di più quel grado di separazione che coltiviamo ogni giorno.
Come sempre, mi piace proporre un piccolo esercizio che spesso faccio quando comincio a sentirmi troppo distaccata dalla Natura e fin troppo immersa in strutture artificiali. Cerco il pezzettino di terra più vicino a me: un parco, una spiaggia, un’aiuola, qualunque lembo di terra che sia direttamente connesso, appunto, alla Terra. Mi metto a piedi scalzi e, semplicemente, sto. A volte cammino, altre mi siedo, altre volte resto ferma in piedi. Se posso chiudo gli occhi. E ascolto le sensazioni del corpo. Ascolto cosa ricevo e cosa dò. E cerco di sentire quel mio essere parte della Terra. Cerco di cambiare punto di vista e ricordarmi che la mia pelle non è un confine, ma solo un organo di scambio con il resto di quel tutto di cui faccio parte. Mi ricordo che io sono una delle innumerevoli espressioni di quella stessa Terra che sento sotto i miei piedi. Respiro profondamente e resto lì per tutto il tempo che voglio concedermi.
Mi viene da concludere con un “grazie”, come spesso accade al termine di qualsiasi scambio energetico o dopo aver ricevuto un dono. E questo è stato davvero prezioso.
*L’amnesia generazionale è un fenomeno che si verifica in quanto ogni generazione prende come parametro di salute e benessere della Natura che la circonda – e di sé stessa – quello in cui è nata. Dunque, a causa della crisi ambientale e climatica che stiamo attraversando, ogni nuova generazione ha uno standard di “salute naturale” molto più basso e alterato rispetto a quello delle precedenti, andando a creare una normalizzazione del distacco dalla natura, della perdita della biodiversità, dell’inquinamento e della povertà di risorse. In qualche modo, quindi, si dimentica, a livello esteso generazionale, di cosa significhi stare a contatto con la natura, di come si faccia, di com’è un ambiente salutare e ricco di biodiversità – e via dicendo. Parafrasando: se il massimo reale di una scala di valore è 10, ma da quando sono nata il massimo che vedo e mi viene insegnato è 7, penserò che 7 è il massimo di quella scala. Così, se scendo a 5, penserò di aver perso 2, ma in realtà ho perso 5. E il 10 lo dimentico.


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