Il pensiero limitante è una cosa molto subdola, perché spesso non mi rendo nemmeno conto di averlo. Anzi, sembra un ragionamento dalla logica schiacciante, che finisce per schiacciare ogni altra possibilità d’azione.
“Ormai è troppo tardi”.
“Non potrei mai fare questo o quello”.
“Certo se avessi iniziato/finito prima allora avrei potuto”.
“Ormai è andata così”.
“Ma come posso lamentarmi di quello che ho?”
“Ma poi resto sola”
“Ma poi non mi vorrà più bene”
“Ma poi che penseranno gli altri?”
E mille altre frasi che nella vita mi sono ripetuta millemila volte, tutte corredate da motivazioni che davvero non avrei saputo come “smontare”, tanto mi sembravano razionali, giuste e assolutamente innegabili.
Per non parlare degli alibi che i costrutti sociali mi davano: in quelli ci sguazzavo. Specialmente in quello che a 30 anni la società ti vuole lanciata, realizzata, bella solida su quello che hai sempre saputo di voler essere. Insomma, una donna fatta e finita, magari sposata, con figli e casa (o mutuo), lavoro soddisfacente, una vita già tutta bella apparecchiata. Ma non nel senso che sei hai tutte queste cose allora non vai bene. Figurarsi! Nel senso che però, se non ce l’hai, non c’hai capito nulla. Non sei nessuno. Non hai speranza. Ti sei giocata la tua possibilità e la tua vita non avrà più né senso né valore. Insomma, sei di seconda categoria, terza o quarta. Dipende quante caselle ti mancano.
Ogni tanto ancora me lo chiedo chi è che se n’è uscito con questa trovata di marketing per venderci tutto il vendibile pur di sentirci così. È stato un vero genio, lo devo ammettere.
Ho passato anni della mia vita nella più profonda e insonne insoddisfazione, paralizzata in un grande BOH, proiettando all’esterno tutte le mie frustrazioni, lungi da me prendermene la responsabilità. Che, badiamo bene, non è colpa!
La Responsabilità è la consapevolezza che la mia vita e come la vivo, il modo in cui scelgo di manifestare le mie emozioni e i miei pensieri, le scelte che faccio, dipendono da me. Sono io che le scelgo ogni singolo momento della mia giornata.
Poi quest’anno ho cominciato a compiere tutta una serie di azioni, alcune più grosse di altre, che, uno per uno, hanno smontato tutti i miei pensieri limitanti – o quasi! Alcuni sono belli radicati, ma ci stiamo lavorando. E non hanno fatto altro che sorprendermi su quanto mi sbagliassi. E pure là: non è stato per niente facile ammettere che mi stavo sbagliando. Ma mica poco. Mi stavo sbagliando alla stragrande. In alcuni casi, non c’avevo capito proprio nulla. Bella sfida!
Principalmente mi sbagliavo su una cosa: io posso stare bene.
Posso coltivare abitudini che possono rendermi serena e grata durante la mia vita di tutti i giorni.
Sono molto più forte di quello che penso nel far fronte a situazioni e scelte che, prima di ritrovarmici, mi terrorizzano al solo pensiero.
Posso contare su me stessa nel darmi l’amore e la presenza che mi merito.
La Pratica in questo non è stata/è tanto una bussola, quanto il mio coach. La bussola la sento dentro, mano mano che imparo ad ascoltarmi. La bussola sono io.
Ma la Pratica mi mostra la strada per arrivare dove voglio. Mi sprona e mi supporta quando sono stanca. Mi coccola quando voglio viziarmi un po’. Mi sorprende. Mi mostra lati di me stupendi che non pensavo nemmeno esistessero – dato il brutto anatroccolo che ero. Più che altro, mi mostra quanto sia bello essere quel brutto anatroccolo. Quanto gli voglio bene. Quanta strada m’ha fatto fare. Ma che poi, brutto a chi? Io ci tengo ad essere quel brutto anatroccolo.
E sì, è vero, ogni tanto mi fa anche piangere disperata, ma Chiara Cosentino potrebbe spiegare per filo e per segno perché piangere fa così bene e – anzi – è quasi necessario per sciogliere alcune tensioni.
Insomma, tutto questo per dire: la vita può essere una sorpresa incredibile, se lasciamo andare i limiti e permettiamo alla curiosità di guidarci.
Esercizio
L’esercizio di questa settimana sarà breve e coinciso: praticare per credere!


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