Come esporto la pratica sul tappetino nella vita quotidiana? Come scelgo la via più adatta e nutriente per il mio percorso evolutivo? È questa la strada giusta per me? Spesso da insegnante di Yoga mi sono sentita porre questo tipo di domande. E, per ragionare intorno al tema, voglio soffermarmi su alcuni concetti che spero possano aprire spazi di possibilità al proprio sentire e verso il proprio lavoro individuale.
Ascolto e Integrazione
La prima buona pratica per integrare lo Yoga nella propria vita quotidiana è l’ascolto.
Ascoltare significa predisposi al silenzio interiore, il solo che dà spazio alla nostra voce interiore. È darsi l’opportunità di accordarsi, di entrare in frequenza, in armonia con se stessi e con l’ambiente circostante, giorno dopo giorno. In quel perpetuo adesso di cui parlano i grandi maestri spirituali.
L’ascolto ti dà la chiave per vivere una vita di consapevolezza. E si può allenare. Sul tappetino, fuori dal tappetino, con la curiosità del principiante. Con la voglia di mettersi in uno spazio di discussione. Senza ancorarsi ad una risposta definitiva, ma proseguendo nella nostra esplorazione con gli occhi dello stupore. È una costante relazione tra il dentro e il fuori, che non può essere compiuta una volta per tutte.
E questo è un fattore che può destabilizzare all’inizio, perché nulla sembra risultare sempre uguale a se stesso e ci impone di sottrarci dall’idea del punto fisso su cui siamo abituati ad appoggiarci.
Nessuno ci ha detto che ogni punto fisso, ogni certezza cercata fuori da sé, è un elemento di squilibrio per il sé. La vera costante ricerca, la nostra centratura, sta nell’entrare in relazione con la nostra verità attraverso l’ascolto, e usare questa come misura per le nostre scelte.
ESEMPIO PRATICO: puoi iniziare a praticare l’ascolto esteriore prendendoti 5 minuti al giorno in cui decidi di ascoltare i suoni, magari riconoscendo quelli naturali – uccelli, pioggia, vento – e quelli artificiali – macchine, lavatrice, rumori bianchi ecc.
Un’altra pratica è poi l’Integrazione, che invece significa rendere intero, includere. E non è proprio questo il significato della parola Yoga? Unire? Per farlo è necessario far interagire i vari elementi della nostra vita affinché ognuno sia sostegno e di sostegno per gli altri. Significa non escludere le parti che giudichiamo negative solo perché non possiamo accettarle nella sfera della nostra personalità.
Ogni negazione crea una zona d’ombra, di resistenza, un buco nero che risucchia il presente generando Malinconia, Ansia e Stress. Malinconia del passato, Ansia per il futuro, Stress per il presente. Integrare significa invece riconoscere, conoscere di nuovo qualcosa che è presente e vuole esser visto. Integrazione significa che ieri una cosa andava bene per me e oggi non va più bene, la lascio andare, ma non la rifiuto. La accetto. La prendo con me, la comprendo, rendendola parte del mio bagaglio di strumenti.
Questa pratica di integrazione può partire dal riconoscere gli ostacoli e considerarli come una parte del percorso. L’ostacolo ci chiede di riprogrammare il cammino. Come facciamo con le Mappe digitali, se c’è un rallentamento da incidente ti dice: vuoi cambiare percorso? Vuoi attendere che sgorghi da solo? Preferisci un percorso senza pedaggi? E così via. Stessa cosa accade con noi, l’ostacolo aiuta a definire o ridefinire il percorso in un costante ascolto e valutazione del presente. Imparare a non considerarlo come alieno, ma come alleato in grado di mostrarci nuovi panorami e scenari, che non avremmo potuto osservare sulla via prescritta, può aprirci a nuove possibilità evolutive.
Credenza e Attaccamento
Uno degli ostacoli, per tutti coloro che volgono lo sguardo dentro di sé con l’intenzione di prendersi a carico la propria responsabilità evolutiva, lo troviamo nella credenza, nelle proprie aspettative, quindi nell’ATTACCAMENTO. Sottile attività che lavora su diversi livelli della nostra azione quotidiana.
Tra gli attaccamenti ci sono le credenze, qualcosa in cui crediamo. Ogni credenza che noi assumiamo, ogni causa che noi sposiamo, è un paradigma entro il quale ci muoviamo. Ed è chiaro che ha motivo di esistere, indica i confini in cui ci muoviamo; denota lo spazio comunicativo in cui ci immergiamo e attraverso cui misuriamo ciò che accade.
“Io sono bravo, piccolo, malato, io sono disciplinato, non uscirò mai da questa situazione, sono una donna di successo, sono uno Yogi, pratico meditazione, si fa solo in questo modo, tu non sai chi sono io…non mangio questo, se non pratico tutti i giorni non sono ok, sono una buona o cattiva figlia, madre ecc ecc”. Queste sono solo alcun esempi di credenze, i magneti affinché avvenga l’attaccamento.
L’attaccamento è il nodo intorno cui gira l’evoluzione e attraverso cui si libera l’Ego. È Il sentimento che ci tiene in vita, ma che ci chiede di sacrificare un po’ libertà per un po’ di sicurezza. È l’energia del primo Chakra, la radice, che ti vuole albero prima di farti uomo, con le gambe forti in grado di stare, ma con la qualità aggiuntiva e la necessità di saperti e poterti spostare quando necessario.
Cosa accade alla credenza quando diviene rigida? Quando non riusciamo a vedere oltre quella cornice per fare spazio al nuovo? Cosa stiamo davvero praticando? Quando l’abitudine non lascia lo spazio al rituale? Quale parte della nostra pratica sta rendendo rigida la nostra evoluzione? Laddove ci è richiesta flessibilità, nello Yoga si instilla la fissità. La pratica diventa una prescrizione esterna, una performance che non crea spazio per il vuoto e per l’ascolto. Diventa un attaccamento al nostro stile di vita. E non un ascolto che evolve verso il portare dentro, verso l’integrazione.
Compassione passepartout per le relazioni
Come evado dal vortice dell’attaccamento? Con l’ascolto, l’integrazione e con la compassione. Essere compassionevoli con sé stessi è la prova più dura.
Da sempre il nemico principale da affrontare siamo noi, le nostre paure, le nostre visioni; il giudice più grande da convincere è da cercare dentro le nostre parole. Come comunichiamo con noi stessi? Come ci rivolgiamo parola? Come nel quotidiano ci chiediamo di agire? Molto spesso mi sono trovata giudicante critica e feroce verso i miei errori, verso le mie vittorie, irriconoscente del mio valore. Quante volte siamo accoglienti con gli altri tanto quanto poco lo siamo con noi stessi? La auto-compassione è strettamente legata all’ascolto sincero e scevro da giudizio. Un ascolto del genere non può che essere compassionevole. Lo si è, compassionevoli, quando per primi abbracciamo le nostre passioni, i nostri sentimenti, i nostri errori, integrandoli nell’agire quotidiano con amore.
Quante cose a cui hai creduto sono crollate nel corso della tua vita? Quante credenze sono diventate un attaccamento? Il tuo ostacolo evolutivo? Sai riconoscere una tua credenza e pensare di lasciarla andare?


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