“Vorrei tanto Praticare, ma non riesco. Non riesco a trovare il tempo, oppure se lo trovo finisco per perdermi appresso ad altre cose. Le abitudini cattive, invece, le parti di me che mi portano lontano dalla Pratica e da quello che vorrei essere, non tardano mai, sono sempre belle presenti e non fatico proprio mai ad ascoltarle. Perché?”
Iniziare a Praticare è tanto semplice quanto sedersi a respirare qualche minuto, eppure per niente facile da attuare. Ci siamo passati tutti e, anzi, a fasi alterne nella vita ci si ripassa, un po’ come il gioco dell’oca che, ciclicamente, ti fa ripassare dal via – e meno male che lo fa.
Ma come mai tutta questa difficoltà? Cos’è che non mi permette di fare i cambiamenti positivi a cui aspiro?
Le risposte sono tre, tutte equamente importanti. Cercherò di essere il più concisa possibile.
Punto uno: dobbiamo avere ben chiaro cos’è un’abitudine e non essere irrealistici rispetto alle nostre possibilità
Come al solito, partiamo dalla fisiologia: quelle che noi identifichiamo come “cattive” abitudini altro non sono che, appunto, abitudini, cioè ponti neuronali ormai rodatissimi, ottimamente capaci di portarci a fare quella determinata azione, avere quella determinata reazione, insomma, a fare le cose come le facciamo e ad identificarci con esse – cioè a pensare “io sono una persona che…”, imbrigliandoci e legandoci indissolubilmente a quel modo di fare, creando una narrativa che quasi ci impedisce di essere diversamente. Lo fanno perché sono “cattive”? No, lo fanno perché sono allenate.
Ma c’è la solita ottima notizia: sappiamo che grazie alla neuroplasticità del cervello – cioè alla sua capacità di modificare questi famosi ponti neuronali – possiamo modificarli in qualsiasi momento, desensibilizzandone alcuni, riprogrammandoli, o creandone di nuovi. Dunque, gli unici a tenerci imbrigliati a quelle abitudini siamo noi stessi, prodi personal trainer delle nostre consuetudini.
In generale, però, questo ci rende chiaro come, se il nostro cervello è allenato a “fare un determinato movimento” (passatemi la metafora), non possiamo immaginare che immediatamente sia in grado di farne un altro solo perché lo vogliamo. Bisogna allenarlo. Non abbiamo la bacchetta magica, dobbiamo fare lo “sporco lavoro”. Non possiamo essere irrealistici rispetto a questo e aspettarci che le leggi della fisica e della meccanica si pieghino al nostro mero volere. È impossibile. Prima lo accettiamo, prima smetteremo di sbatterci la testa.
Punto due: dobbiamo capire perché abbiamo allenato quella abitudine
Molto spesso abbiamo allenato e rinforzato nel tempo una determinata abitudine per soddisfare un bisogno che, altrimenti, non sapevamo bene come appagare. Si pensi al fumare, al bere o all’acquisto di cose che non ci servono. Quelle sono tutte compensazioni di bisogni che, non trovando ascolto – e quindi soddisfazione- in determinati versi, lo cerca per altri. Bisogni di qualsiasi genere, sia ben chiaro. A ognuno il suo.
Quindi la cosa più utile che possiamo fare è domandarci proprio questo: che bisogno va a sopperire quella “cattiva” abitudine che proprio non mi molla e non mi porta a Praticare (cioè a mettermi in pieno ascolto di quel bisogno, andarlo a guardare bene negli occhi, riconoscerlo e ammetterlo a me stessa). Dunque, a maggior ragione, così “cattiva” quell’abitudine non è: sta solo cercando di aiutarci per quello che può. Ma se non siamo noi i primi a voler ascoltare i nostri bisogni e riconoscerli, come possiamo pensare che possa essere un’abitudine a farlo per noi?
Dunque, capire il perché delle nostre azioni (o non-azioni), come si manifestano, che sensazioni ci danno, ma soprattutto capire che quell’abitudine non è immutabile e possiamo tranquillamente scegliere di andare in una direzione diversa, è fondamentale per darci lo spazio di sederci e guardarci negli occhi, senza giudizio e in pieno ascolto.
Punto tre: pensare che se l’ho fatto una volta, allora l’ho fatto per sempre
Il giorno che l’atleta professionista che aspira alle Olimpiadi riesce a saltare sopra il centimetro che gli permetterà di rompere il record mondiale, o correre sotto il centesimo di secondo che gli permetterà di vincere e stravincere, non molla tutto dicendo “bene, l’ho fatto, ora campo di rendita”. Esattamente al contrario, continua imperterrito ad allenarsi, forse anche più di prima. E soprattutto sa, come è vero che il sole sorge al mattino, che non arriverà mai il momento in cui quella cosa gli verrà senza sforzo, senza allenarsi o senza giornate (se non addirittura periodi) in cui è tutto molto più difficile, pachidermico, pesante e sfidante. Sa anche che una bella gamba rotta potrebbe fermarlo per mesi e mesi, e dopo dovrà trovare la forza e la volontà di ristabilire quell’abitudine che lo riporterà a saltare, correre o fare canestro.
Insomma, se ci riesco una volta, non ci riesco sempre.
Sono passati 10 anni dalla prima volta che ho meditato e tutt’ora mi impegno e mi sforzo ogni giorno per allenare questa abitudine, consapevole che 10 anni non sono nulla in confronto agli altri 24 in cui, invece, ho potenziato tutte le altre abitudini, rendendomi una vera campionessa olimpionica di quelle.
Dunque, per tornare alla domanda iniziale, si può dire che la risposta sia un misto dei tre aspetti precedenti:
• Perché il tuo cervello (e quindi tutto il tuo corpo) è abituato in altro modo
• Perché devi capire il perché di determinate abitudini (leggi: qual è il bisogno che non stai riconoscendo/ascoltando/accettando?)
• Perché non puoi mai smettere di allenarti e pensare che da quel momento in poi camperai di rendita
Dopotutto, si chiama Pratica per una ragione.
E allora da dove cominciamo per mantenerci allenati? Di sicuro ti invito a dare un occhio al Gruppo di Pratica del Personal Sustainability Institute: la costanza è garantita.
Se invece vuoi iniziare da qualcosa che sia completamente concentrato su te stessa/o, le tue abitudini e la tua quotidianità, allora scrivimi: ci facciamo due chiacchiere, perché le possibilità sono tante.
Mi trovi ad alice.c.bellini@gmail.com

