di Alice Bellini dalla Newsletter Lotus Lab 🪷
Oggi è un giorno di GRANDE soddisfazione. Quella soddisfazione che ti aspetti, ma non ti aspetti affatto sia così autentica e nutriente. Quella soddisfazione che per me è il vero sale della vita.
Oggi concludo ufficialmente il mio primo anno di Psicologia all’università ed entro nel secondo. Per me è commovente, ma non perché mi sento di aver tagliato un traguardo “sociale” o “lavorativo”, o per i voti che ho preso, ma perché sto facendo una cosa che mi soddisfa tanto e che mi fa sentire arricchita.
La prima soddisfazione è arrivata quando mi sono finalmente iscritta nuovamente all’università.
Erano davvero tanti anni che corteggiavo questa idea, eppure non riuscivo mai a venirne a capo.
Un po’ perché, nonostante sentissi di voler approfondire i miei studi per abilitarmi in qualcosa di diverso dalla mia prima laurea, che rispecchiasse di più le mie odierne passioni, non riuscivo a scegliere – mi sembrava di lasciare sempre fuori qualcosa (leggi anche “FOMO”).
Un po’ perché c’era una parte di me – di cui ero molto poco consapevole – che pensava di non essere in grado, che fosse troppo tardi, ma che, soprattutto, si vergognava. Perché mi sentivo inadatta.
Tant’è che per un bel po’ di mesi l’ho addirittura tenuto nascosto, che mi ero iscritta: temevo di apparire presuntuosa, mi sentivo un’impostora per essermi segnata a quella facoltà. Io, che spesso m’incazzo, che spesso ho l’ansia, che spesso sbaglio: ma che ci stavo a fare a Psicologia? Come pensavo di poter diventare una Psicologa (figuriamoci una Psicoterapeuta, intenzione con cui ho iniziato questo nuovo percorso). Ero un bluff!
Così, il giorno che finalmente mi sono immatricolata, sono esplosa in un pianto liberatorio di quelli che non mi facevo da un bel po’, perché nonostante tutta la paura, il senso d’inadeguatezza e le mille pippe mentali, finalmente mi sentivo di aver trovato la mia dimensione.
Finalmente mi sentivo soddisfatta.
Come ho fatto a non farmi fermare dai pensieri limitanti?
In primis, ne ho parlato con le persone giuste per me (anche un po’ senza saperlo)
La prima persona con cui “ho parlato” è stata mia mamma. In questo caso, più che altro, ho assistito al suo esempio: a 50 anni si è completamente rimessa in gioco facendo una scelta molto simile alla mia, se non ancor più coraggiosa. Senza questa ispirazione, probabilmente non avrei nemmeno preso in considerazione l’idea di iscrivermi nuovamente all’Università per studiare qualcosa di completamente nuovo e diverso dall’ambito lavorativo in cui sono ora.
E poi ne ho parlato tanto con il mio amico e collega, co-fondatore del Personal Sustainability Institute, Paolo Lanciani. Anche lì, non lo sapevo. Perché non mi ha mai detto “perché non ti iscrivi di nuovo all’Università?”.
“Semplicemente”, ha ragionato instancabilmente insieme a me per mesi, aiutandomi a liberarmi da pregiudizi e pensieri limitanti, finché una mattina, di punto in bianco, tutto è apparso chiaro. L’ho chiamato e gli ho detto “Mi iscrivo a Psicologia, che ne pensi?”
Insomma, è stato una leva fondamentale di questo mio percorso.
In generale, i rapporti che abbiamo sono fondamentali. Studi scientifici ci confermano sempre più come il benessere del nostro cervello, il nostro corpo e la nostra esistenza tutta dipenda dalla creazione di rapporti di valore. Siamo fatti per avere rapporti di valore e, se questa cosa non avviene, stiamo male.
La nostra rete sociale, intima e non, fa una differenza molto grande. Dialogare con questa rete può aiutarci a fare chiarezza.
Personalmente, ho anche trovato che osservare senza giudizio i miei pensieri e le mie risposte psico-fisiche alle persone che mi circondano è una pratica molto preziosa. Mi fa da specchio, mi mostra quali sono i miei limiti e i miei pregiudizi, cosa non fa per me e cosa, invece, mi ispira – e perché.
Mi faccio i piantarelli
Da quando ho imparato che il pianto è una delle forme di autoregolazione più potenti che abbiamo a disposizione, mi sono anche resa conto quanto sia controproducente trattenere le lacrime, siano esse di gioia, di tristezza, di rabbia o di felicità. Io ho anche le lacrime di imbarazzo/vergogna.
Piango spesso. Mi lascio fare, senza giudicarmi. Mi sono finalmente liberata dal pregiudizio che piangere significhi fare un dramma di qualcosa, che sia una forma di debolezza, o una richiesta di attenzioni. Ognuno ha i suoi modi di regolarsi emotivamente, io ho questo. E va benissimo così.
Se è presente qualcuno e mi chiede cosa ho, o si preoccupa, rispondo molto tranquillamente che è tutto ok, che sto solo gestendo un’emozione intensa e che mi fa bene.
Cosa sto imparando?
Il perché di quello che fai fa una differenza enorme
Come ti raccontavo, questo nuovo percorso di studi mi sta dando tantissima soddisfazione e non perché passo l’esame, prendo un buon voto, o fa di me una persona che vale di più, ma perché sto studiando argomenti che mi appassionano tantissimo. E poter fare questa cosa per me è una soddisfazione grande.
Quando arrivano gli argomenti più difficili o noiosi, la motivazione che mi ha spinto ad arrivare fin lì è la mia prima alleata.
Quindi ho completamente spostato il focus da un punto di vista di performance (come va l’esame, quanto prendo, dove mi colloca a livello di carriera/società etc) a un punto di vista di soddisfazione: lo faccio perché mi soddisfa, perché mi riempie di gioia e motivazione, perché mi dà la carica e mi incuriosisce. Mi fa sentire viva.
E auguro a tutto il mondo di avere anche solo un’attività nella propria vita che gli/le dia queste sensazioni, perché tutto acquisisce un altro significato.
Celebrate good times, come on!
Questo nuovo percorso mi sta anche insegnando la VITALE importanza di celebrare le mie soddisfazioni. Mi sta insegnando quanto sia importante, quando mi sento soddisfatta, che io mi prenda un momento per dirmi “DAJE” (un dialetto zen rivisitato), per fissare nella mia mente, nel mio corpo e nelle mie emozioni questa sensazione, che ho scoperto essere per me quella più importante di tutte. È importante imprimere nella mia memoria psico-fisica questi momenti.
Prima non era così. Le possibilità erano tre:
- Raggiungevo un obiettivo (da un punto di vista di performance) e quel raggiungimento non aveva il sapore di “vittoria” che mi aspettavo, perché io non mi sentivo di valere di più. Cominciavo a cercare questo valore ovunque, negli angoli, sotto il divano, nei cassetti. E mi sentivo persa e anche un po’ tradita dall’aspettativa che, raggiunto quel traguardo, CE L’AVREI FATTA. Raggiunto quel traguardo, SAREI STATA FELICE. E invece stavo quasi peggio di prima.
- Raggiungevo un obiettivo (sempre da un punto di vista di performance) e subito pensavo a quello dopo. “Bene”, mi dicevo, “ora subito al prossimo, forza forza che non c’è tempo da perdere, qua non si molla un cazzo, che chi dorme non piglia pesci” – aiutame a dì: foga!
- Raggiungevo un obiettivo (sì sì, sempre in ottica di performance) e puntualmente sminuivo quello che era per successo, o perché “dopotutto non ho fatto niente di che”; o perché mi sembrava il minimo, dopo tutto lo sforzo (notare, mi ero sforzata, non ci avevo provato molto gusto!) che ci avevo messo, aver tagliato quel traguardo; o perché pensavo che provare troppa gioia fosse un segno di stupidità – dopotutto, nella società della performance, il burnout è un badge d’onore. Se dici che stai bene, che sei felice, non sei nessuno. No?
Ma noi impariamo da noi stessi, da come ci parliamo, da come rispondiamo alle nostre azioni e ai nostri pensieri, a quello che ci succede intorno. Siamo un cofanetto di memoria ambulante e in base a quella memoria diamo forma alla nostra vita.
Così, con la mindfulness mi sono allenata a mettere sui momenti di soddisfazione un “post-it” mentale che mi ricorda: Celebrate good times, come on! (canticchiata alla Cool and The Gang, ovviamente).
E allora, proprio come con il pianto, metto su una bella canzone della felicità (ho la playlist pronta!) e mi faccio un bel balletto.
Perché, altra cosa che sto imparando sempre più…
Il corpo vuole la sua parte
Se posso studiare, se posso provare soddisfazione, se posso piangere, se posso abbracciare qualcuno è perché ho un corpo. Se posso vivere – e soprattutto fare esperienza della mia vita – è perché ho un corpo. E il corpo vuole assolutamente la sua parte, sempre. Vuole essere ascoltato, vuole ballare, vuole piangere, vuole lasciar andare, vuole esprimersi.
Il corpo vuole anche imparare.
Il mio percorso, da sempre, è accompagnato dalla costante paura (forse dovrei essere completamente onesta e chiamarlo Totale Terrore Terrorifico) di non essere abbastanza, di non farcela, di non essere in grado, di non valere un bel niente. È il mio leitmotiv.
E quello che il mio corpo sta imparando e, al contempo, mi sta insegnando a fare è a stare con questo TTT senza scappare né subirlo. Accogliere ogni singola sensazione che mi provoca senza soffocarla, ma senza neanche aumentarne la negatività. Le osservo per quello che sono e imparo a conviverci. Io e il mio corpo stiamo diventando un team imbattibile in questo.
Ci aiutiamo a vicenda, ascoltando, accogliendo, respirando, (piangendo, ballando), incoraggiandoci e stando.
Ho smesso di aspettarmi di non avere il TTT. Ho iniziato a:
- Prendermi un momento prima di intraprendere attività o rapporti che me lo possano provocare, per chiedermi se ne valga davvero la pena – perché comunque il mio benessere mentale e la mia calma interiore sono l’obiettivo, non la performance
- Una volta appurato che ne vale la pena e che, anzi, quello che sto per intraprendere è funzionale alla mia pace interiore, allora semplicemente ci convivo. Ci chiacchiero, ci respiro, ci medito – a volte mi è capitato di andarci anche in vacanza! 😂
Di solito il TTT sfodera i suoi superpoteri più grandissimi quando sto per compiere un’azione che mi imbarazza molto, tipo espormi, perché mi lancia questo fuoco incrociato delle sue due armi più potenti: “Chissà quanto penseranno che sei ridicola gli altri” e “sicuramente sbaglierai qualcosa”.
Lì ho imparato a fare una cosa che è un po’ l’anti-mindfulness, se solo non lo facessi con totale intenzionalità: chiudo gli occhi, trattengo il respiro e mi butto, come se mi stessi tuffando da una scogliera altissima in un mare d’ignoto. Visualizzo proprio questa immagine. E per un attimo – o quanto a lungo serve – ingrano la quinta del pilota automatico e parto. Premo il tasto, mando il messaggio, faccio il passo, dico quello che devo dire, entro in quello che devo entrare.
Quando mi riconnetto e “riapro gli occhi”, ormai sono approdata nella nuova terra del Da Qui Non Puoi Tornare Indietro – e allora tanta mindfulness, tanta respirazione, ma soprattutto “Celebrate” perché ce l’ho fatta e non sono morta. Non è successo nulla di quello che TTT mi raccontava, anzi. Spesso mi arriva un segno di incoraggiamento (magari proprio da quella cerchia di cui sopra) che mi fa dire: “ok, Celebrate!”
E ci sarebbero ancora molte altre riflessioni da condividere sul mio amico TTT e su come mi ci rapporto, ma questo lo lasceremo al prossimo episodio.
A te come va con i livelli di soddisfazione?
Come puoi capire, la mindfulness è stato e continua ad essere per me uno strumento fondamentale per mettere a fuoco questa emozione, ricercarla, coltivarla e tenere la bussola dritta nella sua direzione.
Se anche a te piacerebbe farlo, scrivimi: al Personal Sustainability Institute abbiamo tante opportunità, tra tutte il Lotus Lab.
Ti aspetto.
Con gratitudine 🤍
Alice 🐘 Bellini


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