di Alice Bellini dalla Newsletter Lotus Lab 🪷
Mentre creavo l’esercizio dei 108 Rifugi – che esplorerò lunedì 2 dicembre insieme a tutti coloro che parteciperanno al prossimo incontro aperto dei Personal Sustainability Days – lo testavo prima di tutto su di me.
Oggi ti voglio raccontare cosa mi ha aiutato a coltivare.
Ascoltarmi – e accogliermi con compassione
I vari Rifugi sono disposti in quell’ordine solo ed esclusivamente per aiutare chi pratica a ricordare più facilmente quali opzioni ha a disposizione. Al contempo, non è proprio un caso che siano messi in quell’ordine 😉 Perché la scelta del Rifugio è essa stessa un esercizio di mindfulness.
Nonostante quello che la società della performance ti potrebbe portare a pensare, i Rifugi non sono livelli da raggiungere, o che decretano quanto sei, più o meno, un meditatore avanzato. Sono solo diverse opportunità di Pratica, che posso risultare più o meno benefiche a seconda del momento e del tempo a disposizione.
Se ho appena ricevuto una notizia bruttissima, o ho un dolore fisico che mi tormenta più del solito, oppure ho solo 5 minuti di tempo a disposizione, cambia moltissimo rispetto a quando ho appena ricevuto una bellissima notizia o ho a disposizione tutta la mattina senza impegni all’orizzonte. Pretendere da me stessa che io riesca ad affrontare l’ottavo Rifugio indipendentemente dalla situazione al contorno – solo perché, magari, sono un’insegnante di mindfulness e, quindi, una “esperta” – non solo è irrealistico, ma anche molto controproducente. Perché porta a durezza, pressione, costrizione e affaticamento.
La prima azione che ho imparato a fare quando mi metto a praticare (in particolare questo esercizio, ma in generale sempre) è ascoltarmi. Come sto? Di cosa ho bisogno? Quale Rifugio fa più al caso mio in questo momento?
E poi accolgo la risposta che ricevo con compassione, senza spingermi a entrare in un dato Rifugio per una questione di mera performance, per sfida o, peggio, per vergogna.
Al contrario, mi impegno ad accogliere quello che c’è, senza sentirmi da più o da meno.
Allo stesso modo, se mi accorgo che sonno caduta in pensieri o convinzioni limitanti, che mi sto nascondendo o che sto evitando qualcosa, mi incoraggio – un po’ come quei giorni in cui mi forzo ad alzarmi dal divano per andare ad allenarmi, perché so che è ciò che in realtà risponde di più ai miei reali bisogni. E poi infatti sto bene in quella scelta.
Insomma, scegliere il Rifugio ti porta a doverti ascoltare, a doverti accogliere e a portare il focus dentro di te: cosa ti fa bene? cosa ti serve in questo momento? Resta presente a te stessa, non prenderti nel bisogno indotto di un valore dato dall’esterno. Non credere alla mente che ti mente e ti dice che se fai il Rifugio 8 sei meglio.
Nella pratica siamo sempre tutti principianti
Il primo e il secondo seme coltivato vanno a braccetto. Parliamo di “mente del principiante”, quell’attitudine per cui ci approcciamo a ogni momento di pratica senza nessuna aspettativa, lasciando che il presente si presenti per quello che è e, sfida delle sfide, lo accogliamo.
Certo, se da un anno pratico tutti i giorni, il mio cervello sarà fisicamente più allenato a stare con quello che c’è. Ma se subito prima della mia pratica ho ricevuto una telefonata molto spiacevole, o il mio dolore cronico è più insistente del solito, o qualsiasi altra alterazione, di certo farò più fatica. E questo mi fa soffrire solo nel momento in cui entro in un’ottica di performance, per la quale esiste un livello con cui misurarmi e che determina il mio valore in una determinata skill. Altrimenti diventa solo una realtà con cui stare, niente di più e niente di meno. Al massimo, un’occasione per conoscermi meglio in quella data situazione.
Perché all’atto pratico, nella pratica, siamo sempre tutti principianti: ogni momento presente è diverso dall’altro, ogni momento di pratica è diverso dall’altro, noi siamo diversi da quello che viene subito prima e da quello che segue subito dopo. L’aspettativa crea un paragone, una misura di valutazione che distoglie completamente dall’unica cosa che c’è: il qui e ora. E il mio respiro.
Imparare a stare con la frustrazione
Ci sono giornate in cui tutto quello che abbiamo detto finora risulta abbastanza facile e logico da seguire.
Altre volte, invece – quando magari sono più stanca, triste, dolorante, o in difficoltà – risulta molto più difficile. Perché mi distraggo molto più facilmente. E la distrazione mi frustra. Il dover ricominciare mi frustra. E mi incaponisco e mi incattivisco. Dopo un tempo abbastanza lungo passato a sbuffare e incazzarmi, capita che io mi renda conto di tutta questa roba e di tutto questo bisogno di riuscire a fare questo tipo di esercizio in una sua versione più impegnativa per me in quel momento.
E allora mi chiedo: “okay Ali, cosa ti frustra? Perché senti questo bisogno così forte?
E puntualmente scopro che la frustrazione, un po’ come la lamentela, viene principalmente in due occasioni:
– Quando sono settata sul fuori e non sul dentro: sullo standard da raggiungere, sulla prestazione che determina il mio valore, sul giudizio altrui, sull’aspettativa
– Quando non sto ascoltando il mio bisogno reale. Magari mi frustro perché non ho abbastanza tempo [e il motivo per cui non ho abbastanza tempo da dedicare a ciò che mi fa stare bene è che non sto facendo le giuste scelte affinché questo accada perché magari sto seguendo pensieri e convinzioni limitanti su me stessa e gli altri]. Magari mi frustro perché ho un bisogno da colmare e non mi sono ancora resa conto che quel bisogno non lo colmo con acquisti, cibo, alcol, sigarette, giochi o altro – e mi sento inadatta, perché mi sento che sto girando in tondo e niente riesce a risolvere la mia sofferenza. Magari mi frustro perché sto facendo una vita che non mi piace, ma che la società mi ha insegnato a fare, perché sennò sono una fallita, una mezza donna o una persona di poco valore.
Insomma, c’è sempre un perché dietro le emozioni che proviamo e i bisogni che abbiamo: non dobbiamo fare altro che metterci in ascolto e fare spazio. Stare con il messaggio, finché non impareremo talmente bene la sua lingua, da comprendere quello che sta cercando di dirci.
A volte mi dico: “stai nell’uno”, stai in quel primo respiro che torna e ritorna e ritorna, perché ogni volta mi distraggo e devo ricominciare da capo. E datti la tregua di starci. Datti l’opportunità di aver bisogno di quello. Abbi la compassione di accettare che questo è il tuo bisogno di questo momento – e ascoltalo e accoglilo e coccolatelo.
Rimettere in prospettiva quello che c’è
Spesso ho trovato che, respiro dopo respiro, le varie componenti della mia vita, i pensieri, le priorità e tutto quello che ne deriva acquistano un valore diverso.
Allenandomi ad ascoltarmi [ad ascoltare i miei reali bisogni, quello che mi frustra, come sto], porto questo allenamento e queste consapevolezze nel resto della mia vita e prendo scelte che mi aiutano ad essere più in linea con i miei valori, con quello che mi rappresenta, con ciò che mi fa bene e mi soddisfa.
Rimetto in prospettiva tanti concetti e concezioni. Rimetto in prospettiva cosa è davvero urgente e importante e cosa no. A chi dare le mie energie e la mia attenzione e a chi no. Aggiorno la mia To Do List in base alla mia To Be List. E creo quel famoso spazio tra stimolo e risposta all’interno del quale giace la mia libertà – come diceva Viktor Frankl.
Detta in parole povere, mi aiuta ad essere più felice, perché riesco a riconoscere cosa è autentico e cosa è una distrazione. Riesco a evitare di cadere nelle trappole del consumismo, riesco a evitare gli sprechi di qualsiasi cosa, riesco a trovare il tempo. Riesco a volermi bene.
Pratichiamo insieme
Se hai voglia di scoprire questo esercizio insieme a me, ti aspetto lunedì sera dalle 21:00 alle 22:00 per l’open class gratuita insieme al Personal Sustainability Institute.
Vieni anche tu a darti ciò di cui hai bisogno. Per ricevere il link per partecipare, scrivimi 👉 psi.infopoint@gmail.com
Ti aspetto!
Con gratitudine,


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