di Alice Bellini dalla Newsletter Lotus Lab 🪷
Faccio subito un disclaimer: questo articolo non ha l’obiettivo di convincerti ad adottare un’alimentazione plant-based, ma semplicemente di ragionare su come molte delle scelte che facciamo si basano su pregiudizi (spesso altrui), o convinzioni estremamente limitanti rispetto a noi stessi.
Almeno, per me è stato così.
E con l’arrivo del #Veguanary di qualche giorno fa (al quale ti consiglio di iscriverti anche solo per curiosità!), ho fatto queste riflessioni che hanno tanto a che fare sia con la mindfulness sia con la sostenibilità.
Breve storia inconsapevole
Prima di diventare vegetariana nel 2017 non avrei maaaaaai potuto vivere senza la carne e, soprattutto, il pesce. Era tutto troppo buono ed ero convinta che non sarei mai stata in grado di rinunciare (perché la vedevo come una rinuncia) a molti dei cibi che mangiavo. In più, ero convinta fossimo fatti per mangiare tutto e che una dieta senza carne e pesce avrebbe comportato delle pericolose carenze anche a livello di salute.
Poi, lavorando alla guida aperta a come vivere Zero Waste di Inspire e studiando report e paper su sostenibilità e alimentazione, ho scoperto cosa significasse mangiare quel famoso “tutto”. Ma soprattutto: cosa era quel tutto? Cosa mangiavo quando mangiavo tutto? Si poteva dire che fosse solo un pezzo di carne, un filetto di pesce, o una carota? Porca miseria, forse avrei dovuto dire “di tutto”!
C’era tanto di cui non avevo tenuto conto, che nessuno mi aveva mai raccontato, mostrato e spiegato. Nessuna educazione, nemmeno a scuola, nemmeno dal medico. Sapevo fossero produzioni intensive, ma da lì a rendermi realmente conto di cosa significasse quella parola…insomma, mi sono accorta che ero completamente ignorante e che l’industria alimentare, sfruttando quell’ignoranza, mi rifilava da mangiare ogni tipo di zozzeria, anche quando sembrava che fosse roba buona, sana, biologica e etica.
Seconda breve storia inconsapevole
Ad ogni modo, la mela non era caduta molto lontana dall’albero. Nel diventare vegetariana, mi ero detta che quello era il massimo che potevo fare: il formaggio mi piaceva troppo e, dopotutto, non stavo mica facendo del male a nessun animale nel mangiare un uovo o un bignè di San Giuseppe. Consideravo il veganesimo troppo integralista, troppo estremista. Non consideravo l’industria del latte e quella delle uova uno sfruttamento.
La verità, però, era che quelle cose non le avevo pensate di mia spontanea volontà. Le avevo sentite dire un po’ ovunque: amici, parenti e in giro per i media. E io, per la paura di risultare troppo scomoda, fastidiosa o, sia mai, integralista, non avevo nemmeno messo in dubbio per un momento quei pregiudizi. Li avevo abbracciati e basta. Non mi andava di essere tagliata fuori.
Il colpo di scena
Me lo ricordo ancora il giorno che, nel 2020, mi sono detta: “ma tu ci hai pensato? Tu cosa ne pensi?”
Allora ho ricominciato a documentarmi e a pormi domande con la mente sgombra da pregiudizio. Ho capito che l’industria dei latticini e delle uova altro non è che la base solida e necessaria per quella della carne, mi sono resa conto che non essere vegana non si allineava ai miei valori e alla mia priorità di voler contribuire a un mondo fondato su gentilezza e amore.
Mi sono resa conto che non ci trovavo nulla di estremista nel non voler fare del male a un altro animale e che molte delle mie scelte fino a quel momento si erano basate sull’ignoranza. E non parlo solo di industria di prodotti animali, ma anche di quella vegetale. Ho smesso di mangiare prodotti provenienti da molti marchi (anche totalmente vegetali) e di comprare la frutta e la verdura al supermercato. Perché avevo preso consapevolezza (libera e informata) di come produttori di ogni genere mi propinassero alimenti estremamente nocivi, anche quando apparentemente sani, biologici ed etici.
E ho dovuto abbandonare ogni tipo di orgoglio nell’ammettere che per anni, ben 29, non avevo mai minimamente acceso il cervello e questionato in maniera critica e indipendente quello che c’era nel mio piatto, che impatto aveva sulla mia salute, chi lo produceva, che impatto sull’ambiente, da dove veniva, quanta sofferenza aveva causato, che rumore facesse quella sofferenza, quanti esseri umani e altri animali avesse sfruttato, come era stata trasportata e venduta – etc etc.
Ma torniamo al disclaimer
Nonostante io abbia le mie convinzioni sull’alimentazione, penso sia fondamentale che ognuno scelga per sé. Per cui non sono qui a dire: scegli plant based. Ma sono qui a dire: SCEGLI TU.
Assicurati che quello che sta nel tuo piatto sia davvero il frutto della tua scelta. Che tu sia davvero felice di mangiare quello che stai mangiando. Che tu sappia cosa sia. Che si allinei con tuoi valori, le tue priorità e le tue motivazioni. Che si allinei con i tuoi obiettivi.
Io sono diventata vegana non perché non volessi più mangiare la carne, non mi piacesse più il formaggio o non potessi più mangiare un uovo, ma perché
• volevo essere gentile con tutti gli esseri viventi
• volevo proteggere il Pianeta
• non volevo più far soffrire gratuitamente un altro essere vivente solo ed esclusivamente per la mia soddisfazione personale, quando ho delle alternative validissime a disposizione
• volevo essere libera di mangiare quello che io avevo scelto, e non quello che la società in cui sono cresciuta mi ha detto che era giusto mangiassi. Perché se fossi nata in Cina mi sarei mangiata i cani, se fossi nata in India le mucche sarebbero state intoccabili e se fossi stata musulmana non avrei mai mangiato un maiale. Quindi non è una questione di cosa possiamo mangiare, ma di quello che vogliamo mangiare. Ad oggi, include anche la plastica.
Questa è la motivazione che ogni volta mi fa scegliere cosa mettere nel mio piatto e questo è quello che rende questa scelta non una rinuncia o un compromesso, bensì la conquista di un benessere profondo e duraturo e la gioia di sapere che sto facendo del bene. Questo per me ha la priorità. Mangiare in modo gentile, nei confronti miei e degli altri.
Questo articolo si ricollega quindi a quello della scorsa volta: la scelta è davvero tua? Siamo quello che mangiamo, quindi sei davvero te stessa/o? Ti rappresenta?
In seguito ho scoperto anche che questa alimentazione ha degli incredibili benefici anche a livello di salute fisica, motivo in più per adottarla.
La Pratica che mi ha accompagnato
Durante tutto questo viaggio di consapevolezza, quello che ha fatto la differenza è stata la Pratica. Praticare, come raccontavo nello scorso articolo, mi ha aiutata moltissimo a mettere a fuoco quello che volevo veramente, a trovare il coraggio di essere me stessa e notare i pregiudizi e le convinzioni limitanti su quello che sarei o non sarei riuscita a fare. Su quello che avrei o non avrei voluto fare. Su quanto sarei potuta essere gentile.
Mi ha aiutato anche a coltivare quel senso di interconnessione che unisce tutte le cose; che mi fa essere consapevole che sono parte del tutto in cui vivo e che la sofferenza di un altro (essere umano, animale, o natura allargata che sia) è la mia. Che se siamo un unico organismo: se uno sta male, tutti stanno male. Se l’ambiente è in crisi, lo siamo tutti. Se la violenza è alla base del nostro modo di vivere, lo sarà per tutti.
E quando ci sono i momenti più difficili, con i craving più forti, o la stanchezza che la fa da sovrana, è fondamentale creare quel famoso spazio tra stimolo e risposta, nel quale scelgo ogni volta cosa voglio fare. Lo è per coltivare ogni singola nuova abitudine che scelgo ogni giorno di portare avanti e che ne va a sostituire un’altra, più forte e già allenata.
Come smettere di fumare, o di spendere soldi su cose che non mi servono realmente, o dover per forza adottare un comportamento sociale X che non mi appartiene, ma che mi fa sentire integrata, parte di qualcosa, al sicuro.
Insomma, senza la Pratica non sarei mai potuta diventare gentile nella mia alimentazione, perché non sarei mai riuscita a distinguere tra bisogni indotti e bisogni reali, tra la voglia momentanea di un gusto che mi gratificasse e la volontà più grande e profonda di voler fare del bene. Tra cosa mi soddisfa in questo momento transitorio, e cosa mi fa essere davvero soddisfatta della vita che sto vivendo.
Dunque, prima di tutto ti invito a provare il Veguanary, non tanto per scegliere definitivamente un’alimentazione plant-based, ma per liberarti dei pregiudizi, dei falsi miti e delle convinzioni limitanti in merito a quello che mangi e scegliere tu stesso/a che cosa ne pensi, come ti fa sentire e come si adatta alla tua vita.
E poi ovviamente ti invito a praticare, perché tu possa allenare, giorno dopo giorno, l’incredibile dono della scelta consapevole, sull’alimentazione, ma anche su tutto il resto della vita.
Poter scegliere consapevolmente è una fortuna di cui la Pratica ci consente di godere in ogni istante.
Al Personal Sustainability Institute abbiamo tante possibilità, prima fra tutte il The Garden, per trasformare profondamente la tua vita e avere ogni giorno l’opportunità di praticare con una community sicura che condivide i tuoi stessi obiettivi. Se vuoi imparare a praticare, c’è il Corso di Avvicinamento alla Mindfulness, oppure il Coaching 1:1 di Mindfulness, con il quale ti aiuto a rendere la pratica parte integrante della tua quotidianità.
Se ti va di provare, scrivimi: alice.c.bellini@gmail.com
Con gratitudine,
Alice


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