di Alice Bellini dalla Newsletter Lotus Lab 🪷
Se fossi convinta che giocare a tennis significasse usare i piedi per calciare la palla e fare goal, probabilmente rimarrei molto delusa nello scoprire che l’unico oggetto con cui posso toccare la pallina è la racchetta.
E probabilmente farei una gran fatica ad abituarmi all’idea. Potrei scoraggiarmi al punto tale da decidere di lasciar stare, perché il tennis non fa per me, anche se in realtà sono portata.
Ecco, con la meditazione è più o meno la stessa cosa.
Se pensiamo che meditare significhi mantere l’attenzione fissa su un oggetto, senza MAI distrarsi, fino a raggiungere una pace incredibile, quasi divina, è normale finire per sentirsi completamente inadatti a questa pratica, se non addirittura incapaci. Per il semplice fatto che questa cosa non esiste: o comunque non c’entra nulla con la meditazione.
Non meditiamo per trovare la pace. Non meditiamo per stare bene.
Meditare significa stare con quello che c’è: che sia qualcosa di positivo, o che sia rabbia, ansia, tristezza, dolore alla schiena, prurito al naso, rumori martellanti che ci circondano, pensieri più o meno piacevoli, ricordi, voglie, desideri martellanti, scomodità [che per comodità racchiuderemo tutti sotto il nome di Tom].
Diciamo che sarebbe un po’ ingenuo pensare che Tom non si faccia vivo.
Il primo consiglio che dò sempre è: accetta che Tom arriverà, dallo per scontato, come il sole che sorge al mattino. Dopotutto, è un visitatore molto assiduo anche durante le altre attività della giornata. Tanto vale imparare a conviverci, fargli spazio e accoglierlo, magari addirittura essere felici della sua compagnia.
Di certo non è tenendogli la porta bella chiusa in faccia che lo faremo andare via: Tom attraversa le porte anche da chiuse. Anzi, nel farlo sembra quasi acquisire ancora più forza! E noi, nel mentre, avremo sprecato tantissime energie:
• ad evitare di far accadere qualcosa di inevitabile (l’arrivo di Tom)
• a doverci fare i conti senza saper bene come fare (la convivenza con Tom)
Meditiamo per imparare a convivere con Tom: scopriamo come ci fa stare, impariamo a gestirlo, ad accoglierlo. Questi tempi di osservazione e convivenza ci aiutano a scoprire i messaggi che Tom vorrebbe comunicarci, ma soprattutto, ci aiutano a scegliere come rispondergli, invece che reagire d’istinto.
Lasciamo che il respiro in questo ci faccia un po’ da Cicerone, come un amico che ci tiene la mano in un momento un po’ più sfidante. Riportando l’attenzione sul respiro ogni volta che Tom appare, possiamo continuare a conviverci senza lasciarci trasportare via, soffrire, scappare o cercare disperatamente di non fargli attraversare la porta.
E allora perché pensiamo che meditare significhi trovare calma e pace?
Immagino sia per un “effetto collaterale” e un po’ paradossale che accade a forza di stare con quello che generalmente percepiamo come spiacevole.
Proprio l’altro giorno ne parlavo durante l’incontro del lunedì del The Garden del Personal Sustainability Institute. Da un lato, meditare ci allena a stare con quello che il Presente ci propone, senza contrastarlo o volerlo cambiare a tutti i costi: ascoltandolo. Dall’altro, avere il respiro come oggetto della nostra attenzione ci aiuta a rimettere in prospettiva le cose, a guardarle da un punto di vista nuovo. E in questo ci accorgiamo che, magari, non sono così pesanti, fastidiose o dolorose come pensavamo. Scopriamo che c’è Tom, certo, ma che ci sono anche Lucy, Larry e Meg.
Insomma, se da un lato non scappiamo davanti al Presente, non ci estraniamo, dall’altro, a forza di starci insieme, ci apparirà molto meno angosciante e molto più pacifico di quello che immaginavamo.
E questo porta anche a un altro “effetto collaterale”: allenandoci a scegliere il tipo di risposta che vogliamo avere nei confronti di Tom, essa sarà sempre più allineata ai nostri valori – quella bussola interna che ci renderà soddisfatti di noi stessi anche a posteriori, perché non ci saremo persi appresso a reazioni che ci lasceranno con rimorsi, rimpianti e pentimenti. E questo porta un certo senso di pace e serenità.
Meditare implica distrarsi
Proprio come dobbiamo dare per scontato che ci sarà Tom, dobbiamo dare per assodato che ci distrarremo.
L’altro giorno una persona che incontro durante il Coaching di Mindfulness 1:1 mi ha detto: “devo ancora capire bene come si medita, perché non riesco a stare tutti e 20 i minuti fissa sul respiro. Mi distraggo”.
Alché le ho chiesto se poi, però, ci tornasse sul respiro.
“Sì, quando mi accorgo che mi sono distratta, ritorno sul respiro”.
Ecco, questo è meditare.
Meditare è allenare la nostra attenzione a stare sull’àncora di nostra scelta, sapendo che ci saranno dei momenti (a volte anche molto lunghi) in cui ci distrarremo, specialmente nelle giornate più difficili, quando invece avremmo proprio bisogno di un po’ di “pace mentale”.
Pensare di non distrarsi è un po’ come pensare che un podista non faccia altro che correre (magari al massimo della sua prestazione) durante i suoi allenamenti – e anche durante il resto della giornata. Altro che infarto!
Meditiamo quando non vediamo l’ora che la meditazione finisca, eppure rimaniamo lì, tiriamo un respiro e ci rimettiamo su quello. Meditiamo quando pensiamo alla risposta che avremmo voluto dare a quella o questo, eppure rimaniamo lì, tiriamo un respiro e ci rimettiamo su quello. Meditiamo quando abbiamo il cuore a mille o il groppone in gola, eppure rimaniamo lì, tiriamo un respiro e ci rimettiamo su quello.
Ancora. E ancora.
A forza di allenarsi il tempo di attenzione che riusciamo a mantenere sul respiro di allunga? Sì. Ma pensare di allungarlo senza allenarsi è impossibile.
Non si arriva mai
A proposito di allenamento: se vado in palestra un anno di seguito, non rimarrò allenata per tutto il resto della mia vita. In ugual modo, se voglio meditare, devo meditare. Se voglio essere allenata a stare con Tom & co. devo allenarmi.
È fisicamente impossibile fare una cosa che il mio cervello non è allenato a fare. Come è fisicamente impossibile meditare il primo giorno come se fosse il decimo anno.
E al decimo anno sarà comunque irrealistico pensare che non ci possano essere giornate completamente no, dove la mente frulla, il cuore batte e Tom ci resta avvinghiato modalità koala.
Tiro un respiro e mi rimetto su quello.
Non si smette mai di imparare
Questa è la cosa della meditazione che mi ha sempre divertito di più: non smettiamo mai d’imparare l’ABC. Ci scordiamo così facilmente dell’alfabeto, che ogni giorno è bene ripassarlo – e spesso sembra la prima volta che lo impariamo.
Probabilmente per la stessa ragione citata poco fa: ogni giorno è un nuovo giorno, ogni Pratica è diversa, e bisogna allenarsi costantemente, anche dopo dieci anni. Tom avrà sempre quel caratterino un po’ ingombrante che metterà alla prova la nostra tendenza a rispondere d’istinto. Avremo sempre il desiderio di riuscire a fare qualcosa con meno impegno di quello che in realtà richiede. Allenarsi sarà sempre un po’ faticoso.
Ma sapere che il tennis si gioca in un determinato modo e che i podisti non corrono incessantemente dalla mattina alla sera forse un po’ aiuta.
E per te qual è l’ostacolo più grande che incontri quando ti approcci alla meditazione/mindfulness/pratica formale?
Se ti va, scrivimi che ne parliamo: alice.c.bellini@gmail.com
Con gratitudine,
Alice


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