di Alice Bellini dalla Newsletter Lotus Lab 🪷
Questa mattina ho letto una storia della mia amica e compagna di mille interessantissime riflessioni Matilde che chiede: “Al mare faccio fatica fisica tutto il giorno e non ho fame. Torno a casa, ricomincio a lavorare al pc e la sera mi mangerei la mia intera famiglia al forno con le patate. Come mai secondo voi?”
Ed è molto probabile che questa esperienza sia la stessa per molte persone. Soprattutto quando “rientriamo” nella nostra quotidianità dopo diversi giorni di stacco, in cui il nostro corpo è stato stimolato in modo diverso, probabilmente più in linea con i suoi reali e primari bisogni umani: ha trovato riposo, nutrimento e, nel migliore dei casi, è entrato in contatto con la natura.
Qui inizia un’insalata d’antipasto di riflessioni:
❁ Con un passato (e dunque una tendenza presente) di disturbi alimentari, so che il cibo può essere tante cose: può nutrirci in modo benefico ed equilibrato, ma può anche sostituire, sfogare, alleviare, distrarre, intrattenere, riempire, soddisfare, punire, controllare. Insomma, può diventare ciò su cui proiettiamo le nostre sofferenze e i nostri disagi, e con cui cerchiamo di dare risposta ai nostri bisogni.
❁ So anche, supportata per altro da una letteratura scientifica sempre più copiosa in merito, che il contatto con la natura porta dei benefici psico-fisici imbattibili: in termini di prevenzione e riequilibramento, nulla ha effetti più benefici e duraturi del contatto con la natura.
❁ E condisco tutto con l’importanza del riposo. Anche qui, di letteratura scientifica ne abbiamo quanta ce ne pare e, in una società tarata su performance, sfruttamento e burnout, le problematiche legate alla mancanza di sonno o a una cattiva qualità del proprio riposo [data magari da preoccupazioni, stress e inquinamento acustico urbano], generano un effetto valanga sul resto della nostra quotidianità.
E lo sai qual è l’attività che stanca di più, che leva più energie, che annichilisce e ci drena? La sedentarietà. I livelli di cortisolo schizzano alle stelle, endorfine e dopamine diventano delle sconosciute, se non nel loro circolo molto breve creato, ad esmepio, dai social (motivo per cui molti di noi tendono a rifugiarsi in essi per trovare quello che nella vita reale non riusciamo a realizzare), dal cibo, dallo shopping e dalle sostanze alteranti.
Il corpo ha bisogno di muoversi. Senza esagerare: allenarsi più del dovuto è tanto lesivo quando non dormire, ad esempio. Ma il corpo ha bisogno di muoversi, proprio come ha bisogno di respirare, bere, mangiare. È un bisogno primario. Nella scala di Maslow, lo potremmo mettere tra quelli di base.
E la cosa più fenomenale di tutte è che, se ci mettiamo in ascolto del nostro corpo, non abbiamo nemmeno bisogno di tutta questa grande letteratura per sentire il beneficio di una giornata passata attivamente in natura, o di una buona notte di sonno.
Così, nella domanda di Mati c’è tutto.
In quella finestra di tempo, passata attivamente al mare, durante la quale magari avrà anche dormito bene la notte, il corpo ha trovato tutte quelle componenti basilari che ci consentono di dire: sto bene. Quel benessere primario che, se non coltivato nel suo ABC, non può essere coltivato in nessun altro modo, da nessun’altra parte. Per dirla alla Maslow: se prima di tutto non ti prendi cura dei tuoi bisogni di base, nessuno dei livelli superiori della piramide può essere soddisfatto – di sicuro non può soddisfare i bisogno di base.
E anche qui, è molto importante capire se li stiamo davvero soddisfando, questi bisogni di base, oppure se ci stiamo mettendo una pezza e basta.
Non basta mangiare, bisogna mangiare in modo costruttivo e consapevole, dando al corpo cibo sano e allineato ai nostri valori. Non basta un pisolino: serve un riposo profondo e costante. Non basta una passeggiatina una volta ogni tanto: bisogna creare una routine che ci mantenga attivi – specialmente se sappiamo che, per forza di cose, passeremo diverse ore seduti, nella stessa identica innaturalissima posizione, con gli occhi puntati su uno schermo che ci bombarda di luce blu tutto il tempo.
E se una di queste cose manca, il malessere subentra.
Il coraggio di ascoltare il disagio
Per me la sfida più grande è sempre quella di trovare il coraggio di ascoltare il disagio. Lì per lì, procrastino sempre. Perché lì per lì, quando inizio a guardare verso quell’angolino più buio di me stessa, i mostri che vedo mi sembrano sempre delle chimere a venti teste. Una roba insormontabile.
Quello che mi aiuta ad avvicinarmi, nonostante il disagio che questa visione mi provoca, è la consapevolezza – che negli anni ho sviluppato e che continuo ad allenare ogni giorno (perché è l’unico modo per tenerla viva) – che quando attraverserò la soglia di quella zona di penombra, improvvisamente la chimera diventa un chihuahua – non me ne vogliano i chihuahua, ma rendono così bene l’idea!
È un po’ come se ci fosse uno schermo illusorio – il famoso velo di maya al contrario – che fa sembrare tutto molto peggio e che ci fa sentire molto meno in grado di affrontare quello che c’è dietro.
Perché quand’anche fosse che quello che c’è oltre la linea di penombra fosse davvero mostruoso e ci attivasse una grande sofferenza – e mi è capitato un paio di volte – la realtà è comunque che:
- Con il giusto supporto e i giusti strumenti, siamo perfettamente in grado di affrontare tutte e venti le teste della chimera e pure quelle dei suoi cuccioli;
- È meglio affrontarli e sconfiggerli una volta per tutte, pur facendo una fatica di Ercole, piuttosto che rimanerne loro ostaggi a vita.
Ma a parte questa versione più strong, spesso quello che l’angolino d’ombra mi sta sussurrando è un più semplice: “la verità è che questa vita che conduci, così com’è, non ti rende felice”. E l’idea di
doverlo ammettere
dovermi rimboccare le maniche
e attivarmi per cambiare
è stressante e poco invitante. È fisiologico desiderare di non dover fare sforzi, ma soprattutto, di non sbagliare.
Eh sì, perché il primo passo, che magari è un po’ più ostico, è accettare senza giudizio (ma semplicemente prendendone atto per quello che è) che, fino a quel momento, ho “sbagliato”. Ho condotto la mia vita in un modo che non mi rendeva felice. Mi sono detta una bugia. Ho compiuto un’azione che non era in linea con i miei valori.
E il passo a “sono una persona orribile, sbagliata e fatta male, non ho capito nulla e non posso fidarmi di me stessa se finora ho fatto tutte queste scelte così disastrose” è veramente breve. Per un po’, mi tocca fare l’equilibrista, con tanto di stecca e tutto il resto.
E quindi alla fine ho imparato che…
E quindi alla fine ho imparato che, quando mi viene una voglia matta di qualcosa da mangiare (o da acquistare, o da consumare in generale), specialmente in momenti in cui so che il mio corpo è nutrito/ho già tutto quello che mi serve, mi chiedo cosa significhi. Mi chiedo cosa sto cercando in fondo alla credenza o dentro il frigo. Che “sapore” vorrei trovare. Che sensazione vorrei provare. E poi prendo in mano tutta la non-voglia e il poco coraggio che ho e guardo verso l’angolino buio. Mi metto in ascolto e, un po’ affaticata come quando devi scrivere la tesi dopo un inteeeeero corso di laurea – cerco di dare una risposta ai messaggi che arrivano che non sia, per dirlo à la Mati, “mangiarmi tutta la mia famiglia al forno con le patate”.
Anche perché, so’ vegana.
E, ancor più importante, non penso mai che quella sia l’ultima volta, che ascoltato quel messaggio non ce ne saranno altri, che risolto uno risolti tutti. Il primo step è sempre mettersi il cuore in pace, ché è un processo in continuo divenire, non un percorso a livelli dove, a un certo punto, si arriva alla fine.
E in un certo senso, la mia curiosità di questo è molto felice.
Detto ciò…
Partendo da questa insalata di antipasto, si arriva al primo, il piatto forte: a fronte di tutto questo, perché siamo arrivati a condurre una vita da cui sentiamo il bisogno di prenderci una vacanza? Ma di questo ne parleremo nel prossimo episodio. Intanto ce n’è da sforchettare qui!
Nel frattempo, se vuoi approfondire questo allenamento costante, se vuoi darti anche tu la possibilità e la capacità di guardare il tuo angolino buio, ti invito agli incontri settimanali di The Garden, oppure, se vuoi proprio mettere il turbo, il percorso Lotus Lab è fatto apposta per questo. Se ti interessa, scrivimi! alice.c.bellini@gmail.com
Con gratitudine,
Alice 🐘 Bellini


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